La C vuol dire cold

La C vuol dire cold

Anche questa mattina, ancor prima che spunti il sole, la temperatura al netto dell’umidità si aggira attorno ai trentadue gradi. Spero di farcela ancora.

Voi non avete idea di quello che ho dovuto affrontare durante l’ultima settimana: sette giorni – uno, due, tre… sette giorni! – di calura ed afa insopportabili, assolutamente anomali, da apocalisse.

Ricordo il primo mattino in cui mi svegliai con questa incredibile tormenta di caldo che mi spingeva verso il materasso come una pressa su tutto il corpo. Era un martedì; credei di stare annegando in un mare senza pesci, che altro non era che il mio stesso sudore, sgorgante da ogni poro. Perdonate le mie poco eleganti espressioni, ma vi assicuro che già dovreste essermi grati per avervi risparmiato la descrizione del tanfo ch’emanavo.

Ma torniamo a noi. Insomma, venni tratto fuori dai miei bellissimi sogni come un’aragosta strappata dal suo acquario e gettata nell’acqua bollente per essere cotta a puntino. Staccai la schiena ormai incollata alle lenzuola e mi precipitai in bagno per rinfrescarmi. “Una bella doccia gelida è quello che mi ci vuole”, pensai una sola volta. E mi buttai così sotto il getto d’acqua caricato al massimo su C, che vuol dire cold, “freddo”, e non “caldo”. Niente da fare: non ebbi nemmeno bisogno di dovermi asciugare, l’acqua evaporò dal mio corpo non appena uscii dalla cabina. Punto e a capo.

“Un po’ di pazienza”, pensavo, “basta che resto in mutande finché non tramonta il sole, poi verrà il fresco”. Povero illuso.

Passai la giornata steso sul pavimento a guardare la televisione; che poi nemmeno la vedevo: l’ascoltavo solamente. Siccome preferivo stare completamente supino, in modo tale che la mia schiena, le mie spalle e tutta la mia facciata posteriore toccassero il suolo, non avevo la possibilità di alzare la testa e rivolgerla alla tv; ma poco m’importava, l’essenziale era riuscire a dare un briciolo di sollievo al mio organismo, e nemmeno ci riuscivo.

La sera arrivò tardi, molto tardi, più tardi di tutte le altre volte. Quando arrivò, però, non portò con sé il classico refrigerio delle ombre. Pareva quasi che il sole, meschino, si fosse nascosto in qualche anfratto del Pakistan, così da poter continuare a svolgere il suo sordido lavoro senza correre il rischio di essere trovato. Io lo sapevo, ma nessuno mi avrebbe mai creduto.

Per riuscire a prender sonno escogitai un piano, il primo di molti altri.

Infilai coprimaterasso, lenzuolo e federa dentro il frigorifero, ed aspettai per un paio d’ore. Una ricetta coi fiocchi. Una volta pronti, rifeci il letto con estrema cura, ponendo attenzione a non maneggiare troppo le coperte per non disperderne il fresco glaciale. Mi ci gettai sopra di peso, come un tuffo, e non appena il volto sfiorò il cuscino… fui colto da un conato di vomito. Puzzava tremendamente di cavolo! Il cavolo che avevo nel frigorifero, maledetto! No, non potevo dormire in quelle condizioni. Provai a rigirarmi, in modo da non sentirne più l’odore, ma quella mossa mi fu fatale. Il refrigerio scomparve alla prima voltata, il caldo si impossessò di ogni spigolo del materasso, ed io mi ritrovai nuovamente a sudare come una lumaca che galleggia in una zuppa di cavolo. Quella notte dormii a terra.

Il giorno seguente… beh, il giorno seguente di preciso non lo ricordo, ogni giornata si fuse con l’altra, così che mi è impossibile adesso scindere il mercoledì dal giovedì e il venerdì dal sabato.

Ricordo, però, che a un certo punto decisi di trovare una soluzione; la resistenza passiva aveva fatto il suo corso: dovevo agire!

Per prima cosa spalancai ogni finestra e balcone della casa, abbassai le persiane in modo da impedire ai raggi di sole di squagliare il parquet del salotto, ed infine, come il più esperto dei periti geometrici, calcolai l’esatta equidistanza tra tutti loro, così da posizionarmi nel preciso punto in cui le correnti si sarebbero incontrate. Mi sedetti a terra, con le gambe incrociate, come Toro Seduto che aspetta un segno del destino o un segnale di fumo. Il vento, però, non arrivò. Nemmeno uno spiffero d’aria, un alito di brezza estiva, un casuale respiro di un qualsiasi passante giù alla strada. Non riuscivo ad avvertire neppure il mio fiato, tanto che temetti di stare per morire.

Mi alzai il giorno dopo, almeno credo. Dopo centinaia di docce ed ettolitri di acqua gelida sprecata, decisi di mettere in pratica un nuovo stratagemma.

“Se il fresco non riesce a portarmi sollievo, allora troverò il sollievo nel caldo”, pensai arditamente.

Presi un profondo respiro e mi gettai sotto un getto d’acqua bollente. Sentii la mia pelle sciogliersi sotto quelle gocce di lava incandescente, e non seppi più distinguere il mio sudore dall’acqua che avevo addosso. Una volta asciutto, mi vestii completamente con strati e strati d’indumenti rigorosamente invernali: calzettoni di lana, pantaloni lunghi e pesanti, camicie di flanella, un paio di maglioni regalatimi da mia zia a Natale che non avrei mai utilizzato in altre circostanze, sciarpa, cappello e pure il giubbotto da neve. Ecco, fui sul punto del collasso, ero ormai certo che il coma sarebbe giunto di lì a breve o che sarei morto di siccità nel bel mezzo della mia modesta casa; resistetti qualche altro secondo utile alla causa e poi, di scatto, mi spogliai di ogni cosa. In confronto a quella sottospecie d’inferno incarnato, la sproporzionata arsura di stagione non sarebbe più sembrata poi tanto insopportabile.

Nulla di più errato. L’unica cosa che provocai fu un’indicibile sete, come mai ne avevo provate, nemmeno al campetto di pallone dopo tre ore di partita. Mi scolai un paio di bottiglie d’acqua da due litri e poi una di succo di frutta. Alla fine avevo ancora sete, ma lo stomaco non riusciva a contenere nulla più.

Se solo avessi avuto un condizionatore, o un ventilatore qualsiasi, o una vasca in cui poter stare a mollo, o se questo o se quell’altro… Ma no, il condizionatore non ce l’avevo, perché avevo sempre avuto paura degli sbalzi termici; una volta possedevo un ventilatore, ma ora era andato; la vasca, beh… o vasca o doccia, tutte e due non potevo permettermele, e la doccia è più comoda. Quanti dannati pensieri mi trovai a dover rimangiare.

Ma le bizzarre idee non erano finite, per dio!, no!

Senza dubbio, la più bislacca che mi colse fu quella del freezer. Possedevo uno di quei congelatori giganti, alti poco più di un metro. Dovevano essere circa le quattordici, dato che il caldo sembrava essere più torrido del solito, quando decisi di svuotare completamente il mio elettrodomestico per immergermi in quell’igloo artificiale. Ah! Che sollazzo. Per la prima volta nella mia vita fui felice di avere una madre cinese e un padre messicano; la mia statura, infatti, mi consentì di entrare all’interno del freezer quasi per metà; accovacciandomi, riuscivo addirittura a sporgere soltanto la testa di fuori. Un vero paradiso, non c’è che dire. L’inconveniente fu che dopo una fugace mezz’oretta trascorsa in antartico, il congelatore andò in sovraccarico ed io fui rispedito tra le terre del Sinai.

E adesso eccomi qui, che tento di fuggire dal pensiero del calore scrivendo qualcosa che un giorno, forse, leggerà chi verrà a raccogliere i resti del mio cadavere in putrefazione.

Perché non sono mai uscito in questi giorni? Perché non sono andato a comprare qualcosa che potesse darmi un po’ di refrigerio? Beh, avevo paura! Se in casa faceva così caldo, figuriamoci per strada! Sarei morto sul colpo, ne sono certo.

La cosa più strana, però, è che al telegiornale nessuno parla di questa ondata rovente, eppure è sicuramente qualcosa di straordinario e pericoloso. Che schifo! Sprecano tanto tempo per fare servizi e reportage sulla moda, la cronaca rosa, su Willy il panda che si è perso per le strade di Bangkok, e quando potrebbero trattare una tematica utile e interessante, preferiscono eclissare. Strategismo, puro strategismo.

In effetti, però, è una cosa strana, forse un po’ troppo strana. Mi sorge un dubbio.

CINQUE MINUTI DOPO

 

Datemi retta, una volta per tutte: quando vostra madre vi chiama ogni giorno per ricordarvi di far riparare la caldaia, ascoltatela, non aspettate che perda la pazienza e non vi chiami più.

I termosifoni erano guasti.

Mi darò all’eremitaggio. Vado a vivere in Iran per espiare le mie pene.

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