Se non fosse stato per la sua voglia di conoscere, S. non avrebbe mai visto il verde.
Dov’era nato e cresciuto lui, il verde non esisteva, e non esisteva nessun altro colore, eccetto il nero e, qualche volta, il grigio.
Sotto terra non si va per il sottile: non c’è niente da vedere.
I suoi occhi non erano abituati alla luce del giorno, né agli odori dell’aria.
Aveva da poco smesso di piovere, così che l’erba e tutti gli alberi del mese di giugno sprigionassero il loro umido aroma di quasi estate, quello che a volte puzza di vecchi ricordi. S., però, non aveva ricordi, e quella fragranza apparve al suo olfatto come la più vivida e naturale della terra. Per lui era quello l’odore del mondo, adesso.
Il cielo spumeggiava verso l’arancio, promettendo l’azzurro che S. non si sarebbe mai aspettato.
Da qualche parte, lontano lontano, un gallo canterino lanciò un grido di solitudine. S. afferrò lo strepitio di quel rantolo, convinto in cuor suo che qualcun altro, come lui, stesse tentando di scappar via dal sottosuolo putrido. Sbarrò gli occhi e puntò l’orecchio ora a destra ora a sinistra, tentando di cogliere la direzione del grido d’aiuto.
Centinaia, migliaia di suoni colsero allora il suo udito poco allenato. Rondini, cani, cicale, latrati, cinguettii, richieste d’aiuto. Quanti ancora dovevano essere salvati!
La pioggia tornò ad infangare la terra. S. correva nell’acqua alla ricerca di un gancio, che così come aveva tratto in salvo lui, ora doveva liberare il resto delle vite.